Per una volta lascerò da parte la me autrice, per scrivere un articolo da editor e ancor di più da lettrice. Premetto che ho sempre letto tantissimo. Prima senza pregiudizi di genere, ma con una preferenza per alcuni generi: romanzi, fantasy e poesie. Sì, lo ammetto, ho letto centinaia di migliaia di poesie e il primo romanzo che io abbia mai letto era un fantasy: avevo 9 anni e il libro si intitolava “La signora delle tempeste”.
Poi, durante i momenti più bui della pandemia, ho scoperto un genere nuovo: il romance. Quello squisitamente italiano, però. È stato amore a prima vista, con il lieto fine garantito che per me era indispensabile per poter riprendere aria dalle notizie tristi che arrivavano dalla cronaca dei bollettini quotidiani. Mi sono appassionata ad una autrice, poi ad un’altra e un’altra ancora e ancora. Ma, da un certo punto in poi, ho iniziato ad avere difficoltà a riconoscere lo stile di una, rispetto a quello di un‘altra. Mi sono chiesta come fosse possibile. L’ho chiesto alla me scrittrice, ho provato con la me lettrice, ma alla fine è stata la me editor a comprendere che ad appiattire e uniformare i romanzi di quelle autrice era stato un lavoro di editing affatto attento allo stile di ognuna di esse.
Stessi intercalari, stessi ritmi, stesse dinamiche relazionali. Qualcosa non mi tornava, mentre alla mente riaffiorava una cosa scritta da un mio stimato collega giornalista qualche tempo fa (e che lì per lì mi era sembrata anche estrema): “l’editing in Italia è in mano a 4 - 5 editor in tutto, per questo i libri di genere si assomigliano tutti”.
Se ciò corrispondesse a realtà sarebbe dannoso per chi scrive, per chi legge e per chi potrebbe fare il lavoro di editing, senza nulla togliere all’autore, ma non ha modo di farsi conoscere dalle maggiori case editrici.
Che poi, ve lo dico da editor (attività che adoro tanto quanto quella di leggere), è questo il vero lavoro di editing: migliorare, non cambiare.


